Il lavoro di Matteo Capriotti è costituito da un complesso immaginario che si articola in molteplici forme e percezioni estetiche, scivolando dentro e fuori la realtà.
Nella sua pratica artistica esplora il lato sinistro della fanciullezza, quello della sfera fobica che l’ha carat- terizzata – per vissuto o per indole – e che ha visto affiancarsi una consapevolezza interiorizzata con gli anni e con i precedenti studi di matrice scientifica.
Attraverso lo studio del proprio segno infantile, diseducando e rieducando la mano, Matteo unisce l’imma- ginario contemporaneo collettivo, influenzato dai cartoni animati, dai videogame, dal collezionismo e dal cinema fantasy – a rappresentazioni iconiche tipiche della mitologia classica – dandone vita così ad una nuova.
A cavallo tra mitologia personale e buona nostalgia, l’artista inizia un viaggio a ritroso nella memoria che gli permette di accogliere l’occhio di chi guarda attraverso un filtro che gioca sull’inganno del conosciuto e del riconoscibile, un universo che parla ad una generazione a cui quei personaggi sono ben noti e che si chiede il perché di quella metamorfosi: “la somma dei fantasmi, sogni, miti e simboli che insieme furono produzioni della vita sociale e che allo stesso tempo la strutturano e la confrontano in quanto tale. Il reale non è possibile che attraverso l’irreale”
Una grammatica estetica fedele al concetto di arcaico non solo per la ripresa del mito, ma anche per qualcosa di più vicino ai nostri giorni: l’uso delle griglie come nei primissimi giochi arcade e l’uso della cartapesta per creare finti fossili.
Nelle opere di Matteo si può percepire una transgenerazionalità dei soggetti rappresentati, che diventano così la “nuova mitologia” da ammirare e venerare. In questa ottica non sembrerà così strano interfacciarsi ad un trittico pieno di Pokémon.